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Il 26 e 27 febbraio Fabiana Re e Maurizio Bertolini di SCT Centre sono stati a Leuven, in Belgio, ospiti
“Lo spazio di vita diventa uno spazio di gioco, dove le relazioni fra le persone e le cose non appaiono più come sono, ma come potrebbero essere, liberando così le loro potenzialità nascoste e la loro disponibilità a essere ripensate in forme inedite di partecipazione, resistenti a qualsiasi omologazione sociale e culturale.” – Fabrizio Fiaschini, “La Parata del Minestrone, ovvero il gioco sovversivo del teatro”
La Parata del Minestrone di Comunità è una sfilata musicale e teatrale che si muove tra le strade di un quartiere o di un paese, coinvolgendo la cittadinanza in un rito teatrale giocoso e partecipato. Il format, apparentemente semplice, poggia su solide basi metodologiche tratte dal Teatro Sociale e di Comunità, da concetti antropologici e da un attento lavoro di
sviluppo di comunità.
Il “rito” centrale prevede uno scambio dinamico e partecipativo: gli artisti, accompagnati da una banda musicale e dalla cittadinanza desiderosa di partecipare, si muovono lungo le vie chiedendo alle persone affacciate a finestre e balconi di lanciare una verdura – qualsiasi verdura abbiano in casa. I prodotti vengono afferrati al volo con grandi lenzuola, mentre il rullo di tamburi della banda trasforma il momento in una performance collettiva straordinaria.
I partecipanti alla parata e coloro che hanno donato le verdure sono invitati a ritrovarsi successivamente per condividere il minestrone preparato con tutti i prodotti raccolti in un evento comunitario. La preparazione stessa del minestrone è un momento aperto e collettivo per la comunità.
La Parata ha anche una versione dedicata ai mesi caldi, La Parata della Macedonia di Comunità, in cui le persone partecipanti sono invitate a donare frutta per la preparazione di una grande macedonia da condividere durante l’evento comunitario.
Creare una narrazione condivisa.
La Parata è l’esito di un percorso artistico partecipato con la collaborazione di associazioni e gruppi locali per creare un racconto corale del territorio, messo in scena dai residenti stessi attraverso visual storytelling e performance teatrali. La Parata è infatti profondamente radicata nelle comunità locali che abitano i territori coinvolti e tutte le storie raccontate durante l’evento derivano dal dialogo e dalla co-creazione con cittadinanza e gruppi locali. Questo processo permette a voci diverse di convergere in una storia unica, rompendo l’isolamento delle singole “bolle” sociali e valorizzando le risorse del paese.
Rafforzare le relazioni.
L’evento promuove legami di cura e fiducia tra i cittadini e verso lo spazio pubblico, quindi promuove il benessere della collettività. Si ispira al concetto di “baratto artistico” sviluppato dall’Odin Teatret, connesso al concetto antropologico di Reciprocal Giving and Gift Economy (Marcel Mauss): lo scambio di un oggetto – in questo caso, una verdura o un frutto in cambio di uno spettacolo e di un momento condiviso – agisce come catalizzatore di fiducia e rafforza l’idea che abitare lo stesso spazio ci porti a riconoscerci come parte dello stesso mondo. Il processo di creazione attiva e condivisa di un evento coinvolgente per il territorio favorisce la conoscenza reciproca e rafforza le relazioni esistenti, costruendone al contempo di nuove, innescando processi di costruzione e consolidamento della fiducia che si oppongono ai sentimenti di solitudine e paura. Crediamo che la natura trasformativa di questo format artistico risieda proprio in questo processo: la pratica teatrale permette di rafforzare le relazioni dirette e quotidiane, che sono la vera leva del cambiamento.
Equità e coesione sociale.
Il Teatro Sociale e di Comunità opera per l’equità, dando a ciascuno gli strumenti necessari per essere parte della stessa storia, unendo voci vicine e lontane che, collettivamente, danno vita a una narrazione corale e unica. La Parata offre uno spazio sicuro dove le diverse realtà del territorio possono autorappresentarsi attivamente, dando voce e valore anche alle sfide quotidiane senza censurarle e mettendone in luce le risorse vitali e trasformative. L’evento facilita il contatto tra le persone all’interno dello stesso territorio, offrendo loro, simultaneamente, spazi sicuri in cui raccontare la propria storia e sentirsi visti. In questo modo, rafforza attivamente il capitale sociale, un fattore chiave per il benessere individuale e della comunità.
Transculturalità e adattabilità.
L’immagine di un pasto condiviso è universale e attraversa ogni cultura. Il Minestrone e la Macedonia stessi sono piatti tradizionali il cui gusto dipende proprio dalla varietà delle verdure e dei frutti scelti, fungendo da potente metafora della comunità accogliente e multiforme che il format artistico mira a promuovere. L’atto collettivo di contribuire, preparare e condividere il minestrone o la macedonia trasforma un evento culturale in un atto tangibile di cura reciproca, incarnando il passaggio da una cura intesa come semplice intervento a una cura come pratica collettiva e vitale. Questo format, già testato con successo a livello internazionale (dalla Svizzera all’Etiopia, dalla Norvegia alla Francia), dimostra una grande capacità di adattarsi a contesti territoriali, sociali e culturali diversi, mantenendo sempre un’altissima qualità artistica.
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Il 26 e 27 febbraio Fabiana Re e Maurizio Bertolini di SCT Centre sono stati a Leuven, in Belgio, ospiti
19–20 settembre 2025 • azioni teatrali, musica, macedonia di comunità e lo spettacolo “OCA – L’arte che allena il pensiero”
Il racconto di Luciano Perciaccante tirocinante del Master Interuniversitario in Performance e Teatro Sociale Domenica 13 luglio, le strade di
Due giornate di comunità e partecipazione con il progetto ECO – Educazione di Comunità Il minestrone è un piatto antico
Realizzato attraverso un ampio lavoro di ricerca che ha raccolto le informazioni e le prospettive della geografia, della storia, dell’antropologia, della sociologia e del giornalismo di inchiesta, lo spettacolo si basa su dati scientifici e li intreccia con la cultura pop, la letteratura e la musica.
In scena, le scatole di cartone si trasformano in occasioni di racconto delle tradizioni alimentari reali e fake, della diversità e dell’ibridazione delle culture alimentari, dei modelli opposti di produzione e distribuzione global e local, delle contraddizioni contemporanee tra gastromania collettiva e impoverimento alimentare diffuso, dei cibi salvati e di quelli dimenticati, di convivialità forzate e di convivi d’anima.
Tokyo 2002, Tivoli II a.C., Nuenen 1885, Valle del Po 1957… Da ognuna delle 25 scatole esce un cibo, un oggetto o una musica per allestire in scena una tavola che ci parla, tra ironia e intensità, dei mille modi in cui l’umanità si è procurata da mangiare, ha mangiato, e ha anche lasciato molti fuori dalla tavola.
La crisi climatica ci investe con notizie quasi quotidiane su giornali, telegiornali, social. Una mole di dati e informazioni complesse accompagnano i racconti di una catastrofe prossima ventura, che ci lascia impotenti e in ansia. Questa narrazione provoca paradossalmente una rinuncia all’azione.
La sfida di Cabaret Artico, nato nell’ambito del progetto europeo Green Ethics, è quella di raccontare attraverso il teatro la crisi climatica con realismo, ma anche con speranza, partendo dai dati scientifici che documentano in modo inequivocabile come l’attuale cambiamento climatico è prodotto dall’azione umana, ma raccontando anche le possibilità di un futuro equo e sostenibile ancora oggi percorribili.
E, come racconta lo spettacolo, il futuro che ci aspetta non dipende solo dalla scelta individuale di cambiare il proprio stile di vita, ma ancor più da un impegno collettivo che riguarda cittadinɜ, politica locale e globale. “Libertà è partecipazione” diceva Gaber, e la sfida che pone il cambiamento climatico è una sfida comune, politica, collettiva, presente. Non delle prossime generazioni, ma di noi tutti oggi.
OnStage+ è una produzione Social Community Theatre Centre (SCT Centre) – Teatro Popolare Europeo, e nasce dal progetto omonimo OnStage+. Si tratta di un progetto artistico ed educativo in forma di performance interattiva realizzato attraverso la metodologia del Teatro Sociale e di Comunità sui temi della parità di genere, di pluralità di modelli di maschile virtuosi e di contrasto alle discriminazioni LGBTQIA+.
Lo spettacolo, creato a partire da una serie di ricerche, interviste e workshop con cittadini, studenti e studentesse, coinvolge il pubblico attivamente, attraverso linguaggi performativi e continui espedienti volti ad accendere la riflessione sul tema delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.
Lo spettacolo offre informazioni ed emozioni che, insieme alla lezione/incontro di educazione sanitaria che segue lo spettacolo, costituiscono un’unica e speciale proposta formativa per comprendere e riconoscere i segnali e attivarsi in modo efficace nell’incontro con una persona giovane in difficoltà, che sia alle medie o alle superiori.
Il teatro da sempre è uno spazio artistico attraverso il quale è possibile nominare e rendere visibile i temi, anche più scuri, che abitano una società e che la muovono a livello profondo. Il suicidio o il tentato suicidio di una persona giovane è una “cosa irraccontabile”, dice a un certo punto lo spettacolo. E questo è vero, ma sono raccontabili le circostanze che possono creare quel disagio e quella sofferenza profonda che toglie speranza in un cambiamento e in una via d’uscita.
#SPES accoglie questa sfida partendo dai racconti, dalle suggestioni musicali e dai gesti raccolti in un lungo percorso di laboratori teatrali condotti con adolescenti ricoveratɜ nel reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Regina Margherita, con professionistɜ della salute mentale, pediatrɜ, infermierɜ ed educatorɜ e con insegnanti di scuola medie e medie superiori. Tre gruppi di persone che hanno, in modo diverso, attraverso il teatro sociale e di comunità, condiviso consapevolmente la loro esperienza con il disagio mentale e con il suicidio per contribuire alla realizzazione di questo spettacolo.
Le parole dello spettacolo sono quasi tutte, tranne poche, parole di adulti. Perché i ragazzi e le ragazze non parlano, se non dopo, in ospedale, nei lunghi e difficili percorsi terapeutici di recupero. Ma lɜ adolescenti, come ogni adolescente di ogni generazione, hanno le canzoni. Lo spettacolo propone una drammaturgia fatta di video musicali e testi recitati che si intrecciano, in cui i testi delle canzoni sono parole che raccontano quanto le battute dellɜ due attorɜ. Tutti i video dello spettacolo, anche con le loro immagini a volte forti a volte algide, sono stati suggeriti da adolescenti per parlare della loro condizione di disagio.
Math Scare Boom è uno spettacolo-conferenza che nasce all’interno del progetto Erasmus+ TIM – Theatre in Mathematics nel quale SCT Centre | TPE è in partnership con tre realtà europee: Università di Bergen (NO), Politecnico di Creta (GR) e la compagnia teatrale Asta (PT) per affrontare il tema della paura della matematica con studenti e studentesse della scuola primaria e secondaria di primo grado. La drammaturgia, secondo la metodologia del Teatro Sociale e di Comunità, è stata creata a partire dalle interviste con giovani della scuola italiana, norvegese, portoghese e greca. Le loro risposte sono diventate stimolo per il lavoro di creazione con il gruppo di performer dei diversi paesi coinvolti nel progetto, che hanno portato nel processo la loro esperienza con la matematica a scuola e nella vita.
Protagonista dello spettacolo è Viola, un’adulta che, come molti, ha conosciuto la paura della matematica da bambina, e non l’ha più abbandonata. Per uno strano equivoco, però, Viola, che è insegnante di educazione fisica, si trova a vestire proprio i panni di un’insegnante di matematica: è la stessa preside della scuola a imporle questo ruolo, comunicando attraverso un altoparlante. Questa circostanza la porta a recuperare memorie lontane: una compagna di classe bravissima in matematica, una lettera alla signora Matematica, interrogazioni sulle tabelline in cui c’è sempre un numero che non arriva mai… Il ricordo di Ada, zia sportiva e divertente che è stata per lei un’insolita insegnante di matematica, insieme alla voce-guida della preside e all’aiuto del pubblico, faranno finalmente scoprire a Viola che, per capire i numeri e la geometria, è importante giocare a guardare il mondo con occhi diversi: cercare la matematica nella realtà, nelle forme di un campo da calcio come nella spirale di una conchiglia.
Lo spettacolo nasce all’interno del progetto MatemACT – Playing with mathematics, vincitore del bando MIUR 2021 (oggi MUR e MI) per progetti di divulgazione della cultura scientifica, è realizzato da SCT Centre con Teatro Popolare Europeo per la produzione dello spettacolo e Il Mutamento per la distribuzione delle repliche del progetto.
– Roya Mahboob, 25 anni, informatica e influencer afghana.
Contaci! pone il problema della discriminazione di genere nell’ambito delle scienze dure e, insieme, invita a scoprirle. Nel viaggio alle radici della propria paura, Viola, l’unica attrice in scena, ritrova infatti le scoperte di donne geniali, la curiosità per il gioco matematico, la bellezza di una materia che deve essere di tutte e tutti. Lo spettacolo usa i linguaggi del teatro di narrazione e del teatro fisico. La drammaturgia è stata creata intervistando donne di scienza e raccogliendo materiali tra studenti e studentesse.
Lo spettacolo:
OnStage è uno spettacolo interattivo, un gioco-performance di Teatro Sociale e di Comunità che tratta il tema delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale attraverso un approccio interattivo e multidisciplinare per stimolare il pensiero critico e contrastare le discriminazioni LBGTQIA+.
In scena 25 caselle ispirate al format del tradizionale Gioco dell’Oca, 2 performer e 3 musicisti che invitano il pubblico – diviso in due squadre – a lanciare i dadi e avanzare sulle caselle giganti. Ogni casella “attiva” un contenuto: fatti storici, quiz, scene di vita quotidiana, monologhi tratti da storie vere e caselle speciali “Pride”, che portano in scena piccoli gruppi di attivisti e persone sensibili al tema della discriminazione LBGTQIA+. Ogni casella regala del “sale in zucca”, punteggio che permette – alla fine dello spettacolo – di valutare quale squadra ha aumentato maggiormente il suo sapere e la sua competenza su una tematica della società contemporanea complessa, dibattuta e spesso fonte di dibattito civile. Lo spettacolo è indirizzato alle Scuole Secondarie di Secondo Grado, Enti del Terzo Settore, Culturali, Istituzioni Pubbliche e Private e Aziende.
OCA: L’arte che allena il pensiero nasce da un progetto di teatro sociale e di comunità realizzato da SCT Centre | COREP insieme al Polo del ‘900 e Fondazione S-nodi, vincitore del “Bando CivICa” – progetti di Cultura e Innovazione Civica e riconosciuto come best practice nel settore del gaming ed edutainment.
OCA è il risultato di un percorso di 2 anni di studio e ricerca. I contenuti del gioco sono stati progettati in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino – Dipartimenti di Studi Umanistici, Psicologia, Giurisprudenza, CIRSDE – con il coinvolgimento di un comitato esperto e alla sua realizzazione hanno collaborato gruppi e associazioni impegnate in campo civile per un totale di circa 120 abitanti: giovani, adolescenti, donne di diverse culture, figure professioniste del mondo dell’educazione e del sociale, team di ricerca universitario hanno partecipato a un programma di workshop e incontri tra febbraio 2020 e maggio 2021. Gli studenti e le studentesse dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino hanno progettato e realizzato in chiave artistica le caselle che compongono il classico gioco dell’oca e che compone la scenografia della performance.
Si tratta di una performance interattiva, un gioco dell’oca che allena il pensiero critico del pubblico e che lo rende protagonista delle proprie decisioni e dell’andamento dello spettacolo.
Un presentatore, tre interpreti, musica dal vivo del trio jazz Hot Pots, un tecnico, 50 tessere disegnate dagli studenti e dalle studentesse dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Pedine, dadi giganti e tessere disposte intorno al pubblico che, diviso in due squadre, segue lo sviluppo del gioco scoprendo man mano i contenuti delle caselle.
Il pubblico si divertirà ad affrontare quiz, scene interattive, monologhi teatrali, icone di grandi personaggi, domande di educazione civica, storie esemplari e modelli di vita virtuosa. In questo modo assorbirà informazioni a tematica sociale e romperà in modo facile e divertente dinamiche mentali che portano alla formazione stereotipi e bias.
Florence ha 200 anni, Teresa poco più di trenta e vive la professione infermieristica con vocazione, grinta e determinazione, e anche con ironia e cuore, molto. Florence ha ricevuto a suo tempo come una chiamata, una vocazione per la cura che la fa rinunciare ad avere una famiglia sua, che la costringe a porsi con forza nei confronti della sua famiglia d’origine e della società e a scegliere l’esercizio dell’assistenza ai malati non come carità o servizio secondario ma come piena professione di donna competente e libera.
Mito e realtà si incontrano sul palco in una scelta registica insolita: Florence è un personaggio, interpretato da un’attrice professionista, mentre Teresa è semplicemente se stessa, attrice sul palco perché nella vita è un’infermiera, veramente. Lei sarà la voce dell’oggi e della gioventù, di chi nella trincea del Covid esercita con passione quei valori che Florence ha messo a fondamento di ogni gesto di cura. Oggi Florence Nightingale è ancora un riferimento per ogni giovane che decida di intraprendere la professione infermieristica, proprio come un mito a cui tendere, che si fa esemplare su più livelli: quello della cura, quello della professione, quello dell’identità di genere.
Due vite in scena, due luoghi temporali che dialogano. Passato e presente si rincorrono per dire della cura e della sua sapienza, dell’essere donna e mai dimenticarlo, e in entrambi i casi combattere per proteggerne il senso. Per dare voce al ruolo di chi ogni giorno si sta battendo per la salute di tutti.